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Rievocata la leggenda del Cristo velato

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Esce, dopo quattro lunghi anni di trepidante attesa, il Crocifisso velato denominato Santissimo Nome di Dio, come vuole un’antica e sentita tradizione religiosa del popolo di Campagna. Il taumaturgico “Cristo Nero” esce in processione per ben due volte (venerdì 18 anomedio.jpggosto e venerdì 25 agosto) sempre di sera alle ore 19,00 con due percorsi diversi, non per “penitenza” ma “solennemente” per festa, in occasione del Grande Giubileo del 2000. Il misterioso Cristo dalla faccia scura lascia, ordinariamente, ogni sette anni il suo pregiato altare di legno bagnato in oro zecchino per scendere in piazza, tra vie e vicoli, tra le abitazioni del paese a benedire, con il suo passaggio, quanti hanno per lui una radicata e forte devozione. Da secoli, nei momenti più dolorosi e terribili della vita cittadina, la comunità si rivolge a lui implorando, con preghiere, riti e processioni penitenziali, la sua paterna protezione. Piogge interminabili sono cessate, siccità prolungate hanno avuto termine, altre calamità naturali, pesti e carestie, guerre, terremoti e nubifragi, sono state frenate dall’intervento invocato con grandissima fede dal popolo penitente, arrivato ai piedi del suo stupendo altare per un triduo di preghiere e di preparazione spirituale. E veniamo ad alcuni cenni storici, ma soprattutto all’affascinante leggenda della “Capa r’ Jeso”: prima del 1277, dove attualmente è ubicata la parrocchia di San Bartolomeo Apostolo, c’era una chiesetta-cimitero di Santa Maria, adibita a luogo di sepoltura dei nobili personaggi campagnesi, così come risulta da vari storiografi e dai sepolcri eretti con bellissime incisioni ad uomini illustri, celebri nelle arti e nelle scienzenomedio2.jpg. Accanto alla suddetta chiesa, in una cappelletta gentilizia, già nel 1270 era venerato un antico crocifisso, la cui epoca di rinvenimento si perde nella notte dei tempi. Ma non è fuori della storia primitiva del cristianesimo, volerlo considerare oggetto di venerazione e meditazione di qualche anonimo eremita che nel II e III secolo dell’era cristiana, durante le terribili persecuzioni imperiali, rifugiatosi tra le spelonche e caverne dei monti campagnesi. La costante tradizione del popolo, infatti, parla di un misterioso teschio circondato di molte luci, trovato in una grotta dei monti circostanti, allorché i campagnesi, sfuggiti alle saltuarie aggressioni, cercavano riparo tra le colline. Abbiamo scritto teschio non a caso, perché è scolpito così bene da somigliare tanto ad una testa d’uomo, disseccata e con uno strato di pelle aderente alle ossa facciali, da farne rilevare un viso espressivo, dolorante ed esangue. I lineamenti della faccia, con un presunto neo sul viso, di profilo e frontalmente non disdegnano di raffigurare la testa dolorante del Cristo morto, che sconvolge ed intenerisce chi lo guarda. Si spiega facilmente, allora, come gli antichi devoti campagnesi, vollero completarlo delle restanti parti del corpo, fissarlo ad una croce e farlo oggetto della loro devozione.